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Articolo a firma di Franco Cattaneo pubblicato su L’Eco di Bergamo del 13.11.2017

II libro di Maurizio Martina, «Dalla terra all’Italia – Storie dal futuro del Paese» edito da Mondadori e in libreria domani, è stato scritto rubando tempo qua e là. In giro per l’Italia e in Europa, fra Roma e Bergamo. Ma anche durante gli incontri con un illustre bergamasco, Ermanno Olmi, nella sua casa di Asiago: il rapporto fra il ministro dell’Agricoltura e il regista anima il filo conduttore della narrazione, che è un saggio politico a pieno titolo. L’allora sottosegretario del governo Letta con delega per Expo 2015 era stato da Olmi per concepire la Carta di Milano (l’impianto concettuale e l’eredità dell’Esposizione universale) dopo che il regista ne aveva scritto sulla «Stampa» con Carlin Petrini e don Luigi Ciotti. «Prima viene l’onestà di chi produce, poi il mercato», gli dice il regista. E quella frase gli è rimasta impressa per tanti motivi, guidandone le scelte. Nell’aprile 2015, con la fine del regime delle quote che durava da più di 30 anni, il tracollo dei prezzi alla stalla aveva messo in difficoltà migliaia di allevatori, dalla Val Brembana ad Agrigento. «Nel freddo e nella nebbia c’era il calore della loro protesta», osserva con lessico da cronista il ministro: «Negli sguardi di quegli agricoltori ho incontrato di nuovo le parole di Olmi. La dignità di chi continua a lavorare, di chi non vuole mollare e chiede il rispetto delle regole: l’onesta remunerazione della fatica quotidiana». Una battaglia di equità, poi vinta «L’Italia – scrive andando oltre quella vicenda – sta cercando di far avanzare, anche nei contesti di confronto europeo e internazionale, alcuni temi chiave per una svolta utile: regole forti per mercati più giusti, strumenti nuovi per la difesa del reddito di agricoltori, allevatori e pescatori nei momenti di estrema volatilità dei prezzi, svolta ecologica di tutti i modelli agricoli e investimenti per diffondere innovazione a partire dalle piccole imprese». Con Olmi c’è poi anche un curioso intreccio biografico. Maurizio è cresciuto in una cascina di Mornico, uno dei centri agricoli dove è stato girato «L’albero degli zoccoli» e proprio nel ’78, l’anno di nascita di Martina. Che ha frequentato l’istituto agrario «Mario Rigoni Stern» (lo scrittore vicino di casa di Olmi ad Asiago), la «scuola dei contadini».

Il titolare dell’Agricoltura, in sostanza, gioca in casa su un terreno amico e viaggia fra storia e attualità, facendosi condurre dalla pedagogia degli scienziati sociali, dei filosofi, riflettendo sui moniti di Papa Francesco contenuti nell’enciclica «Laudato si’» e sui richiami del presidente Mattarella.
Gli 11 capitoli del libro sono una trama storico-politica riecheggiata anche nel recente vertice sull’agricoltura del G7 a Bergamo: una nuova generazione agricola, sprecare meno vivere meglio, combattere il caporalato come la mafia, lezioni da Amatrice e Norcia, tornare alla ricerca, l’America vista da Bibbiano, la bandiera nel piatto, l’agricoltura italiana ecologica e digitale, dalla terra alla comunità, la democrazia del cibo. Quest’ultimo capitolo regge la struttura del libro, perché incontra i drammi della geopolitica nel nostro cortile di casa, la sponda sud del Mediterraneo, e le più incredibili contraddizioni. Ogni minuto 16 persone muoiono di fame, eppure nello stesso momento un terzo di tutti gli alimenti prodotti a livello globale viene perso o sprecato. «Nel mondo c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare», per dirla con le parole di Bergoglio.

L’agricoltura viene così sottratta al dato tecnico e ad una sua apparente (e sbagliata) percezione di lontananza dai processi di modernizzazione per essere inserita quale parte integrante del presente e del futuro. Perché dietro c’è un’idea di Paese, trasferendo le tre A delle agenzie di rating riferite alla finanza al mondo della terra: agricoltura, alimentazione, ambiente.

Chiarisce Martina, seguendo questo sviluppo logico: «Attorno al cibo si sta giocando, più che in passato, una grande sfida democratica. La proprietà dei fattori di produzione, a partire da terra e acqua per coltivare, allevare e pescare è oggi una delle questioni più rilevanti del globo, tanto da far dire ad alcuni analisti che proprio il cibo sarà il nuovo petrolio». Se Expo, avverte, è stato un laboratorio di esperienze e di progetti utili per capire cambiando, la dimensione e la profondità del «cibo come questione democratica» ridefinisce le strategie dello sviluppo: sicurezza, relazioni internazionali, prospettive strategiche del commercio internazionale, scelte di politica economica a livello nazionale. Una consapevolezza unita all’idea di un’Italia più inclusivae solidaristica, perché – conclude il ministro – «l’intreccio unico fatto di tecnica e inventiva, umanesimo e cultura, capacità di adattamento e organizzazione significa ancora molto per il nostro futuro». Con i piedi per terra e con la testa nel mondo.